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Carenza infermieristica e i silos professionali: è ora di agire per il bene comune


Gentile Direttore, nel ringraziarla per l’ospitalità, sono a notare l’impoverimento e le traversie del dibattito sulla questione dei rapporti tra professioni sanitarie, declinato per una parte verso l’area competenze, con affermazioni, anche da parte di rappresentanti istituzionali tipo “a ognuno il suo” “sembra veramente improponibile” rispetto ad esempio a ruoli di primo accesso o di più ampia autonomia per il personale infermieristico, e, al contempo, con il richiamo su vicende passate alla giustizia amministrativa a diversi livelli per fermare ogni vento di cambiamento positivo a favore dell’accesso alla salute dei cittadini, come nel caso delle Unità di degenza infermieristica in Umbria e delle parafarmacie. Entrambi questi casi mostrano i palesi limiti della regionalizzazione, la cogente necessità di un nuovo modello di coordinamento Stato-Regioni per l’organizzazione dei Servizi sanitari, una visione di uno Stato che più che regolare il mercato e le relazioni, sembra voler, sempre più, volerlo dominare e garantire il mantenimento rendite di posizione, con la crescita della burocratizzazione e di modelli di legislazione talmente complessi e rigidi, ma allo stesso tempo interpretabili e discrezionali - sempre a favore dello status quo - specie nei provvedimenti volti ad innovare e a liberalizzare.



Dall’altro lato, l’attenzione sui dati e sulla numerosità del personale spesso avviene con l’utilizzo strumentale – o omissivo - degli stessi nel confronto con altri Paesi, ad esempio indicando per la carenza di personale, quella complessiva, che riguarda per buona parte infermieri, concentrandosi invece per converso sulla ridotta carenza di medici specialisti.


Proprio partendo dalla presunta carenza dei medici, voglio tornare sulle notazioni espresse dal Dr. Maffei, per buona parte condivisibili rispetto alle carenze lamentate dal Forum dei Clinici su QS. Le necessità di personale del servizio sanitario vanno riviste con una visione della sanità orientata al nuovo quadro epidemiologico, alla digitalizzazione, alla robotica, alla preparazione a scenari temporanei ad alta operatività, come per la pandemia, e alla realizzazione concreta dell’assistenza sanitaria primaria e dell’integrazione socio-sanitaria. Carenze di medici in talune specialità e in aree geografiche limitate esistono e vanno adeguatamente considerate in linea con gli scenari sopra delineati. I dati, per i medici, sono chiari: la numerosità dei medici italiani è tuttora sopra la media europea, anzi dal 2009 in poi è cresciuta come afferma il recente rapporto Osservasalute, mentre gli infermieri hanno una numerosità di almeno il 30% inferiore ai dati medi europei. E lo stesso vale per gli studenti di Medicina che hanno di molto superato quelli di infermieristica e con financo la FNOMCEO che ha chiesto meno medici di quanto hanno fatto il Ministero della Salute e le Regioni, il cui gradiente di esondazione a trazione medico-centrica è di tutta evidenza. La carenza infermieristica italiana, ben più grave rispetto a tutte le altre professioni sanitarie, va tenuta in considerazione come prioritaria. Al momento, tuttavia, non risultano azioni straordinarie volte ad attenuarla o a garantire più attrattività, con incentivazione per l’accesso alla formazione, esonero delle tasse universitarie, o con azioni di detassazione per il mantenimento in servizio e/o con la possibilità regolamentata di esercizio extra-professionale, ad esempio. Le ricadute sulla salute dei cittadini dell’immobilismo sono già molto evidenti: in diverse realtà le liste di attesa e cure sono fuori controllo, molti pronto soccorso sono già oltre i limiti di garanzia di sicurezza, ed è già presente pericolosa dei costi – out of pocket - per il ricorso a strutture private. Voglio con l’occasione tornare anche al punto dell’impropriamente detta supplenza infermieristica, assimilabile al task shifting, le dichiarazioni di area lombarda appaiono forzate e imprecise. Tuttavia il task shifting può avvenire e avviene - su base regolamentata. Circa il riferirsi a “ognuno il suo” sulle competenze delle diverse professioni, semplicemente questo ragionamento, presuppone il mantenimento dello status quo tra professioni. Tuttavia, le competenze che si ritengono esclusive della professione medica in Italia non lo sono in altre nazioni; le aree di contiguità nei limiti dell’agire professionale e la mobilità nel settore salute dovrebbero dimostrare come il sistema, con opportuni aggiustamenti e innovazioni, debba operare esclusivamente per dare concrete soluzioni alle esigenze di salute dei cittadini. Non per fare lobby e per mantenere rendite di posizione. Tra l’altro il task shifting, lo spostamento di attività da una professione all’altra, è avvenuto da medici e infermieri verso i farmacisti (non i parafarmacisti), senza troppo rumore, per tamponi e vaccinazioni per il Covid-19, attribuendo agli stessi funzioni senza nessuna supervisione. Purtroppo per gli infermieri il COVID-19, in Italia, a differenza di molti Paesi, non c’è stato nessun task shifting nell’effettuazione di attività in maggiore autonomia o per essere primo punto di contatto dei cittadini a partire dal territorio (come già avviene nei triage ospedalieri). Su questo vale bene citare il documento del 2019 “Task shifting and health system design” elaborato da un Panel di esperti dell’UE, tra cui il Prof. Walter Ricciardi, componente anche del già nominato Forum dei clinici, che, sulla base di una sintesi della letteratura, indica come “nel complesso, gli infermieri adeguatamente formati possono produrre un'assistenza di qualità pari a quella dei medici di base” [MMG] (punto 3.4.5 del documento) e nelle conclusioni che “è necessario riconoscere che alcune funzioni possono essere svolte ugualmente bene da diversi professionisti della salute con una formazione adeguata e, in alcuni casi, avanzata. Quindi con adeguata formazione e meccanismi di protezione, nessun rischio, se non quello di essere per i professionisti, imbrigliati in illogiche norme protezionistiche e per i cittadini di non ricevere assistenza e cure. Quello che però appare cruciale, quindi non è il ricorso a soluzioni “tampone” ma investire nella pratica infermieristica autonoma, con competenze specialistica ed avanzata, che in termini di orientamento concettuale è cosa ben diversa dal task shifting, in quanto è connessa all’espansione e completamento del percorso assistenziale infermieristico, come indicato nel recente documento CNAI e nei documenti di ICN e WHO tradotti in italiano. L’auspicio è che il cosiddetto “patto di diamante” tra le Federazioni degli Ordini di Medici e Infermieri, porti anche sul versante degli enti regolatori italiani, una nuova stagione di “fioritura” per lo sviluppo dell’autonomia infermieristica e che nei rapporti professionali, si vada oltre talune il manifesto presentato. L’appello è per tutti i decisori: le tante buone intenzioni finora annunciate si concretizzino in ponderate azioni, si leggano non strumentalmente i dati, si ascoltino le istanze proveniente dal mondo delle Società e Associazioni professionali, senza andare avanti per potentati o ricorsi alla giustizia amministrativa per fermare l’evoluzione. Si usi il coraggio fino ad ora mancato a tutti i livelli per superare i silos anche terminologici tra componente ospedaliera e assistenza primaria e tra le diverse professioni, a beneficio del bene comune. Walter De Caro Presidente Nazionale CNAI - Consociazione Nazionale Associazioni Infermiere/i


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